Nacqui a Genova il 7 giugno 1954, secondogenito, grazie ad Ogino Knaus, insomma non cercato. Ho forti radici toscane: 3 dei 4 nonni sono originari, come la mamma, di Fucecchio, la nonna paterna è invece romagnola. La toscana è molto importante nella mia infanzia, dato che trascorro molto tempo con i nonni. Il nonno Guido ha una piccola azienda agricola e io sono l'unico nipote maschio. Il nonno va solo in bicicletta e si porta spesso dietro questo marmocchio che impara a vedere nel nonno una figura splendida. Constata come gli accordi tra gentiluomini si concludano con una stretta di mano, che vale molto più di carte bollate. Impara come sia importante essere onesti. Ovviamente imparai ad andare in bicicletta, si narra che andassi sul triciclo, che era stato di mia sorella maggiore, ancora prima di imparare a camminare. Mi riesco ancora a ricordare su questo grande triciclo di lamiera, mentre giro intorno al grande tavolo della sala da pranzo cercando di investire il gatto. La genetica materna e del nonno mi ha conferito una notevole testardaggine. Dal triciclo passai alla biciclettina con le rotelle laterali con la quale seguivo mia sorella Patrizia di 2 anni più grande. Patrizia a 6 anni decise che era giunto il momento d fare togliere le rotelline laterali e partì traballando sorretta dai nostri genitori. Allora io, che avevo 4 anni, chiesi a mio nonno di toglierle anche a me e partii come un razzo per raggiungere mia sorella.
Mio nonno paterno morì che ero piccolo e non ho un grande ricordo, la nonna Gina invece era dolcissima, amante della compagnia e della buona tavola, da brava romagnola. Andavo spesso a pranzo da lei che ne approfittava per preparare piatti che il medico le aveva sconsigliato. Ai rimproveri del medico rispondeva che avrebbe preferito morire con la pancia piena. Quando ero alle medie le si guastò il lampadario di sala, con due serie di luci, ed io mi offrii di ripararlo, anche se non avevo la minima idea di come funzionasse.
Anche da piccolo avevo avuto un forte interesse per la corrente elettrica, tanto che fummo tra i primi ad installare il salvavita. Verso i 3-4 anni ero rimasto incuriosito dalla lucidatrice, che mai madre, fissata per i pavimenti, passava spesso. Avevo intuito che, per il suo funzionamento, era importante che fosse collegata alla presa elettrica. Per verificarlo, mentre era in funzione, tagliai con le forbici il cavo elettrico. Infatti la lucidatrice si fermò, ma io mi beccai una bella scossa! Dopo poco che ebbi un trenino elettrico smontai il locomotore per capire come funzionasse, rimanendo affascinato di come si potesse generare, dal nulla, un moto. Iniziai così un sogno, durato anni, di riuscire ad inventare un nuovo motore che traesse energia dalla polvere da sparo! Sicuramente questo progetto si basava sulla mia minore conoscenza dei motori elettrici rispetto alla polvere da sparo che usavo in toscana per far saltare le formiche.
Verso gli 11 anni fui iscritto negli scout, dapprima infastidito dalla eccessiva disciplina e gerarchia, furono poi occasione per importanti scelte della mia vita. Innanzi tutto trovai una specie di fratello, Manuel, con cui condivisi l'amore per la bici e l'equitazione. Ai tempi delle scuole superiori, appena finito l'anno scolastico, andavamo a correre al mattino e in bicicletta al pomeriggio o viceversa.
D'inverno, invece, alla domenica, spesso prendevamo il treno locale delle 6.00 del mattino diretto all'Acquasanta, da dove salivamo a Punta Martin (1001 m s.l.m) e a mezzogiorno eravamo già tornati a Genova e aspettavamo i ns amici all'uscita della messa della ns parrocchia, San Nicola. Allora impiegavamo 1 ora e 35 min a salire dalla stazione dell'Acquasanta alla vetta della Punta Martin, il segnavia è di 2 ore e 30 min.
La gita alla Punta Martin ha costituito qualcosa di particolare nella mia adolescenza, così come la salita in bici da Doria a Creto, o la salita alla madonna della Guardia che veniva fatta ad ogni esame universitario superato dal mio amico/fratello Manuel. Ha fatto Medicina!!!! Tranquilli non era un baciapile, era una specie di gioco.
Per quanto riguarda la fede, beh..avevamo avuto come assistente spirituale degli scout Don Gallo, che ci inviò a 16 anni ad intervistare gli abitanti dei vicoli. Ragazzi e ragazze del quartiere di castelletto che andavano a suonare ai campanelli nel centro storico. Iniziai a sciare a 11 anni proprio con gli scout, imparando in modo autodidatta, senza mai prendere lezioni di sci, ma la passione era tanta che mi permetteva di sciare dall'apertura degli impianti, con Manuel arrivavamo 10 minuti prima che aprissero, fino a farci minacciare che non ci avrebbero più permesso il rientro, alla chiusura. Ancora non patentati, organizzavamo pullman per andare a sciare, o, meglio, supplicavamo i F.lli Pesce di organizzare un pullman per andare a sciare nel basso piemonte. Qualche volta si aggregava anche Don Gallo, amante dello sci. Mi ricordo di una volta, che al termine della giornata, mi recai a consegnare l'attrezzatura (pochi di noi possedevano gli sci) all'affitta sci, che mi chiese di aspettare per riavere il mio documento il ritorno di altri sci dei miei amici, dato che avevamo dato un unico documento. Don Gallo, presente alla scena, inizio a chiedere al negoziante di darmi il documento in modo che io potessi andare sul pullman. Nonostante continuassi a dirgli di lasciar perdere, che era lo stesso, che i miei amici erano poco dietro di me, con quel bel carattere che aveva, iniziò una bella discussione con il negoziante, che, ovviamente si rifiutava di consegnarmi il documento, basata sull'importanza della fiducia. Il negoziante era ancora più testardo di Don Gallo e questo indusse il Don ad attivare il suo linguaggio colorito. Alla fine giocò la sua ultima carta: sputando il sigaro disse: ma insomma, le do la mia parola di sacerdote! Al che il negoziante rispose: se lei è un sacerdote io sono il Papa!
Da studenti universitari, un giorno io e Manuel decidemmo di tornare a Punta Martin con il progetto di battere il record dell'ora! Fissammo l'appuntamento alle solite 6 del mattino della domenica, ma questa volta andammo in auto. Capitò casualmente di trovarci il sabato sera alla stessa festa di una comune amica. Manuel sbottò: ecco che razza di atleta che sei, sei qui a far baldoria e domani dobbiamo battere il record dell'ora!. Gli feci notare che c'era anche lui...
L'indomani volammo verso la vetta e impiegai 55 minuti! Superando Manuel che si era dovuto fermare a vomitare i postumi del vino bevuto la sera prima.
La passione per la bici aveva avuto inizio a 11-12 anni, quando andavamo da San Nicola a Camogli a trovare la nonna di Manuel. Poi iniziammo a fare tutte le salite della provincia di genova, e sono tante! Poi iniziammo a collegarle tra loro, fermo restando che partivamo e tornavamo da casa ovunque fossero. Ed ecco, a 16 anni, farsi luce un bel progetto: andare a fare lo Stelvio!!! A quei tempi avevamo l'abitudine che, dopo una giornata dedicata allo sport, ovvero andare sia in bici che a correre, verso le 16-17 mi fermavo a casa di Manuel, buttavamo 1/2 kg di pasta a testa, rigorosamente condita con peperoncino, innaffiavamo con vino e facevamo progetti. Fu così che decidemmo le tappe che avremmo fatto. Primo giorno Genova-Bergamo (200 Km ca), 2 giorno Bergamo-Bormio (altri 200), quindi lo Stelvio, discesa dall'altra parte, sosta e il 4 giorno saremmo arrivati a Valdaora per fare il giro dei 5 passi e il giorno dopo il Lavaredo. Poi saremo scesi a Trento, imbarcate le bici sul treno e tornati a casa. Iniziarono così gli allenamenti specifici e, alle mie deboli rimostranze, quando Manuel proponeva il collegamento di 3 o 4 salite, come il giro dei giovi, castagnola, bocchetta, quindi fino a Creto o la scoffera, mi riprendeva dicendomi di non fare lo scemo che poi non ce l'avremo fatta a fare le tappe del ns giro. Come se non fossero più modificabili. Era, purtroppo, vero, nessuno dei due le avrebbe mai ridotte, anche se decise con un tasso alcoolico diverso da zero. E così fu! Percorremmo i 40 Km del lago di Como in un'ora esatta, durante la salita dello Stelvio giocavamo alla radio-cronaca. Un unico problema: un caldo insopportabile, con l'aggravante che avevamo indosso le felpe, in quanto, Manuel, che era già stato sullo Stelvio anni prima in auto, si ricordava muri di neve ai lati della strada. Chiaramente fermarsi, anche solo per togliersi la felpa, era vietato. Mi ricordo la foto in vetta che tenni per anni sulla mia scrivania, che mostrava sulla felpa i segni degli spallacci dello zaino. Si perchè questo giro l'abbiamo fatto con lo zaino, anche se leggero, in spalla. Dormivamo in alberghetti, e, grande lusso, a mezza pensione. Per pranzo un panino. Nonostante tutto durante il giro ero riuscito ad ingrassare di un chilo, in quanto, prima di partire, il futuro medico aveva imposto una dieta da campo di concentramento. La dieta era stata seguita ancora la prima cena, dopo 200 Km: bistecchina e riso pilaf, poi l'abbiamo abbandonata, altrimenti non sarei qui a scrivere.
Altro sport iniziato con gli scout fu arrampicare, la mia prima palestra fu Cravasco, un grosso masso nell'entroterra di genova. Poi la Baiarda, proprio di fronte alla mitica punta martin. Devo dire che mi piacque da subito. Alle superiori, ogni tanto, ma non raramente, prendevamo il treno del primo pomeriggio per Cogoleto, quindi il pullman per Sciarborasca per andare ad arrampicare su una palestra naturale, allora non esistevano quelle artificiali. Avendo poco tempo, rinunciavamo ad usare la corda per assicurarci e, spesso, il mio compagno omonimo faceva qualche bel volo. Di regola perdevamo il pullman di ritorno, allora facevamo di corsa il tragitto Sciarborasca-Cogoleto per non perdere anche il treno, e, spesso, il mio amico Paolo era zoppicante per la caduta. Solo quando eravamo in treno ci venivano i rimorsi e ci auguravamo di non essere interrogati il giorno dopo.
Poi scoprimmo la Pietra Grande, palestra di roccia nei pressi della Madonna della Guardia, divenuta a noi accessibile in quanto Paolo aveva una Vespa 125. Questa palestra fu subito da noi battezzata la Grande Pietra maledetta, in quanto Paolo, pensando di avere una moto da trial, tentò di arrivarci con la vespa. Finì giù in una scarpata e la Vespa ci stette per una settimana. Tutta una parete di questo masso presentava vie di VI grado, o almeno così pensavamo. Per quei tempi che ci legavamo in vita e usavamo pedule rigide, era la massima difficoltà. Un tabù da infrangere. Per salire in vetta e assicurarci dell'alto usavamo una via più facile sul versante opposto, ma presentava un traverso di V+. La prima volta che salivo da primo su tali difficoltà, ed ero in apprensione. Per fortuna prima del traverso c'era un grosso chiodo cementato, che mi rassicurò non poco. Feci il traverso contando su questo solido rinvio, se fossi caduto il mio amico Paolo, alla base della parete, mi avrebbe tenuto. Al termine del traverso guardai verso il mio amico, con terrore scoprii che non c'era! Era andato a riempire la borraccia, si giustificò dicendomi che mi aveva visto così sicuro che non aveva ritenuto rimanere ad assicurarmi in caso di volo.
Sempre a 16 anni, prima dello stelvio in bicicletta, un amico, Giorgio, mi convinse a salire il Dente del Gigante. Lui 5 anni più di me, neopatentato aveva un'auto, o, meglio, un prototipo: una Panhard, 850 di cilindrata. Era il 1970, facemmo prima tappa ad Aosta, il giorno dopo salimmo a Courmayeur, salimmo in funivia al rifugio Torino e pernottammo. Quando comunicai ai miei genitori questo progetto, non si opposero, ma non mi aiutarono minimamente. Allora per sciare si usavano pantaloni lunghi che entravano negli scarponi e avevano un sottopiede. Comprai un grosso elastico dalla merciaia sotto casa, tagliai un paio di questi pantaloni trasformandoli in pantaloni alla zuava. Come occhiali da sole avevo quelli a mascherina per sciare. Di questo mi vergognai terribilmente quando in vetta al Dente trovai Carlo Mauri, il mio idolo, il mio eroe di cui avevo letto i libri ed ero andato a sentirlo a genova alla sua conferenza sulla traversata atlantica con la barca di papiro. Anche se a quei tempi c'era poca gente che arrampicava, sul Dente del Gigante c'era già un po di coda: chi ancora saliva che impediva ad altri di scendere. Così capitò che rimasi a lungo in una sosta accanto a Carlo Mauri, che mi chiese se era tanto tempo che arrampicavo. Mi sentii Fantozzi, con una attrezzatura e abbigliamento improvvisato. Balbettai qualcosa, non fui nemmeno in grado di dirgli che lo avevo riconosciuto.
Con Giorgio avevo iniziato una attività arrampicatoria quasi seria, poi anche lui è diventato un bravo alpinista, ma all'epoca improvvisavamo molto. Mi ricordo che su una via sulla Torre castello, Giorgio, che saliva da primo, si bloccò, come Cristo in croce, non riuscendo più ne a salire ne scendere. Allora mi arrampicai, togliendo i suoi rinvii, aggirando il passaggio chiave, per superarlo, assicurarmi e farlo salire da secondo. Se fosse caduto mentre anch'io mi stavo muovendo, saremmo precipitati entrambi.
Mi iscrissi quindi al corso di alpinismo della Scuola Nazionale B.Figari, dove poi rimasi per molti anni come istruttore.
Erano gli anni della scoperta del finalese, bianche pareti calcaree, con vie lunghe anche oltre 200 m. Allora non c'erano sentieri per scendere e il sottobosco era ricco di una liana ricca di spine, detta stracciabraghe (le braghe sono i pantaloni). Allora salivamo portando con noi i machete che usavamo in discesa nel bosco per tagliarci un passaggio.
Come scuola di alpinismo facevamo anche esercitazioni di soccorso alpino, avevamo le radio, quindi istituimmo il gruppo dei marine, un gioco anche se ormai eravamo studenti universitari. Nella scuola di alpinismo ritrovai un carissimo amico, Vincenzo, con il quale eravamo stati compagni scout. All'epoca, studente di medicina, era anche in prima squadra del cus genoa rugby, uno sport che mi era sempre piaciuto. Mi propose di andare al carlini ai loro allenamenti, fui nominato titolare riserva prima squadra, ma le partite erano la domenica. Vincenzo quell'anno partì per il servizio civile in Africa, nonostante andassi a tutti gli allenamenti, sole, pioggia o neve, e l'allenatore mi promettesse di farmi giocare, non riuscivo a sacrificare una intera domenica per una partita di rugby. Preferivo arrampicare.
(continua)
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